Il caso Battisti si è ormai trasformato in una sequela di non notizie che periodicamente riaffiorano dal Brasile, rimbalzano in Italia e qui vengono reinterpretate - male - a uso e consumo di politica interna. È così fin dai tempi della mancata estradizione dalla Francia e della fuga in Brasile. E sarà sempre così, probabilmente, finché la vicenda giudiziaria dell'ex PAC verrà sbandierata dall'uno o dall'altro fronte. Questa volta, Giorgia Meloni ci ha fatto sapere che aspetta l'ex terrorista "a braccia aperte", Daniela Santanchè (che cercò ai tempi di darsi un po' di visibilità col caso) ha annunciato un'inesistente estradizione, e, sul fronte opposto, l'account su Twitter del collettivo Wu Ming ha linkato, stancamente, un vecchio articolo di Carmilla online che riassume, pro domo Battisti, l'intero caso. Niente di nuovo dal fronte interno, dunque. Niente di nuovo neppure dal Brasile, del resto.
martedì 3 marzo 2015
Ancora Battisti
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giovedì 24 aprile 2014
Un colpo di Stato rivoluzionario
Il quarantesimo
anniversario del 25 aprile cade in un periodo particolarmente
delicato per il Portogallo. In attesa di “uscire” dal programma
della troika, il paese soffre il peso della lunga stagione
dell'austerity e le tensioni sociali aumentano sensibilmente. Non
mancano perciò richiami polemici alla “rivoluzione dei garofani”,
vista non solo come data di inizio della democratizzazione del paese
e del suo sviluppo civile e sociale, ma anche come l'ultima occasione
in cui il popolo “è sceso in strada” e, in qualche modo, si è
“ripreso” il paese. E davvero il popolo scese in strada, quella
mattina di quarant'anni fa a Lisbona: lo si può vedere nelle molte
foto che circolano in questi giorni (alcune, bellissime, provengono
dal libro di Alfredo Cunha e Adelino Gomes, Os rapazes dos tanques). Sono foto spiazzanti, come
spiazzanti dovettero essere gli avvenimenti: le strade piene di
soldati, e dietro ai soldati una folla immensa di civili, le cui
espressioni variano dalla curiosità all'euforia. Meno di un anno
dopo il colpo di stato in Cile (e a meno di due da quello argentino),
mentre nell'Europa meridionale agonizzavano il franchismo e il regime dei colonnelli, un golpe militare
rovesciava una dittatura fascista (guidata da un civile) e prometteva
di instaurare la democrazia nel Paese.
domenica 5 gennaio 2014
Eusébio, Salazar e il tropicalismo lusitano
Il 1961 fu un anno nero per Salazar.
Fu l'anno dei primi attacchi dei ribelli in Angola e dell'annessione, quasi senza colpo ferire, di Goa da parte dell'India di Nehru. Fu, in un certo senso, il primo anno della “orgogliosa
solitudine” del regime portoghese: l'anno in cui
apparve evidente a tutti che alla lunga sarebbe stato impossibile evitare la
perdita delle colonie.
Il 25 ottobre di quell'anno, più o
meno due mesi prima dell'invasione di Goa, la nazionale portoghese andò
a perdere per due reti a zero in casa degli inglesi, in una partita
valevole per la qualificazione al campionato mondiale. Sul campo di
Wembley, si fece notare soprattutto un giovane da poco arrivato a
Lisbona da Lourenço Marques (l'attuale Maputo, capitale del Mozambico), dov'era nato neppure vent'anni prima. Eusébio da Silva
Ferreira, o, più semplicemente, Eusébio, sarebbe diventato, di lì
a poco, la “pantera nera”, ribattezzato per sempre dal giornalista
inglese Desmond Hackett, che sul “Daily Express” raccontò la
storica finale di Amsterdam tra il Benfica e il Real Madrid. Quel
25 ottobre del '61 a Wembley, però, Eusebio era ancora la giovane promessa di una
nazionale che rappresentava, al meglio, quella nazione
“pluricontinentale” che proprio in quei mesi iniziava la sua
lenta disgregazione. Degli undici giocatori, soltanto l'algarvio
Cavém era nato in Portogallo. Tutti gli altri, a parte l'azzoriano
Mário Lino e il brasiliano Lúcio, provenivano dalle colonie
africane. Lo stesso selezionatore, Fernando Peyroteo, era nato in
Angola.
domenica 17 novembre 2013
Il rifugiato - 2 (la vendetta?)
Alla fine, il Supremo Tribunale
Federale del Brasile ha deciso, a maggioranza, che i condannati nel
più grande processo per corruzione che il paese ricordi – il
cosiddetto mensalão –
devono andare in prigione subito, senza attendere gli ulteriori
sviluppi del giudizio. I principali responsabili del sistema di
tangenti – tra i quali buona parte della vecchia dirigenza del
partito di Lula – si sono così consegnati alla giustizia, o sono
stati arrestati. Tutti, tranne uno. Henrique Pizzolato, ex direttore
del marketing del Banco do Brasil, condannato a 12 anni e sette mesi
e titolare, anche, di un passaporto italiano, sarebbe fuggito nel
nostro paese, probabilmente passando dal Paraguay.
In una lettera
lasciata al suo avvocato, Pizzolato motiva la sua decisione con
l'intento di non sottomettersi a un giudizio che definisce “di
eccezione”, e di ottenere dalla giustizia italiana un nuovo giudizio, non
sottoposto a pressioni mediatiche. Il prossimo passo dovrebbe essere,
probabilmente, una formale richiesta di estradizione da parte del
ministero della giustizia brasiliano, resa in questo caso più difficoltosa dalla doppia cittadinanza di Pizzolato (che quindi, a differenza di Battisti, è anche cittadino italiano).
Inutile
sottolineare i parallelismi con il caso di Cesare Battisti,
arrestato in Brasile e del quale l'Italia chiese l'estradizione.
Estradizione poi negata dal presidente Lula (ma non dalla giustizia
brasiliana), che interpretò il caso Battisti come un caso di
giustizia politica. Per un'ulteriore ironia della storia, colui che
allora difese Battisti difronte al Supremo Tribunal sostenendo la
tesi della condanna politica dell'ex membro dei PAC, l'avvocato Luís Roberto
Barroso, siede adesso dall'altra parte della tribuna, tra i
giudici dello stesso Supremo Tribunal che ha decretato l'arresto di
Pizzolato. Scritta la sceneggiatura dell'attivista politico di
sinistra che ottiene asilo da Lula, resta ora da scrivere quella, a
parti invertite, dell'accusato di corruzione che chiede asilo in
Italia.
giovedì 10 ottobre 2013
giovedì 11 aprile 2013
Tribunal Constitucional vs. Governo - 2° round
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| Palácio Ratton |
Per la seconda volta, dall'inizio della crisi economica, la corte costituzionale portoghese ha cassato, con sentenza pubblicata venerdì scorso (5 aprile), una parte rilevante della legge finanziaria, mettendo così in serio pericolo il raggiungimento, da parte del governo, degli impegni presi con la “troika” dei creditori (Commissione Europea, BCE e FMI). Come già l'anno scorso, il Tribunal Constitucional ha dichiarato incostituzionali il taglio dei cosiddetti “subsídios de férias”, ovvero la trediciesima e quattordicesima mensilità, degli impiegati statali e dei pensionati. Ed esattamente come l'anno scorso, le due misure sono state dichiarate incostituzionali in base al principio di eguaglianza (ovvero, in poche parole, perché limitate ai soli impiegati statali, e non a tutti i lavoratori). Sono stati poi dichiarati inconstituzionali il contributo per le prestazioni sanitarie e i sussidi di disoccupazione, sulla base del principio di progressività, e alcune norme relative ai contratti di ricerca e docenza. In questi ultimi due casi, tuttavia, la decisione avrà un impatto limitato sui conti pubblici.
Salazar e la politica travestita da tecnica
1. In un libro pubblicato recentemente in Portogallo per le (meritorie) edizioni Tinta da China (Salazar e o poder. A arte de saber durar, 367 pp., 17€), Fernando Rosas ha ricostruito la strategia politica del dittatore portoghese a partire dal suo obiettivo fondamentale: la preservazione del potere. Un obiettivo ovvio, si dirà, soprattutto per un dittatore. Meno ovvio è riconsiderare sotto questa luce scelte e tattiche che sono state variamente attribuite alla capacità di Salazar di scendere a compromessi o alla sua (relativa) flessibilità di fronte alle trasformazioni socioeconomiche (soprattutto negli ultimi decenni del suo regime). Flessibilità, come si comprende bene dalle pagine del libro, motivata non tanto dal desiderio di trovare risposte a nuove situazioni economiche o sociali, quanto dall'imperativo di resistere; anche a costo di fare concessioni e di acconsentire a una (limitata) modernizzazione dell'economia. Al di là di ciò, quel che il libro di Rosas mostra molto bene è l'abilità di Salazar nel nascondere il suo disegno, fin dall'inizio prettamente politico, sotto le vesti di un intervento tecnico super partes.
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