Il caso Battisti si è ormai trasformato in una sequela di non notizie che periodicamente riaffiorano dal Brasile, rimbalzano in Italia e qui vengono reinterpretate - male - a uso e consumo di politica interna. È così fin dai tempi della mancata estradizione dalla Francia e della fuga in Brasile. E sarà sempre così, probabilmente, finché la vicenda giudiziaria dell'ex PAC verrà sbandierata dall'uno o dall'altro fronte. Questa volta, Giorgia Meloni ci ha fatto sapere che aspetta l'ex terrorista "a braccia aperte", Daniela Santanchè (che cercò ai tempi di darsi un po' di visibilità col caso) ha annunciato un'inesistente estradizione, e, sul fronte opposto, l'account su Twitter del collettivo Wu Ming ha linkato, stancamente, un vecchio articolo di Carmilla online che riassume, pro domo Battisti, l'intero caso. Niente di nuovo dal fronte interno, dunque. Niente di nuovo neppure dal Brasile, del resto.
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martedì 3 marzo 2015
Ancora Battisti
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domenica 17 novembre 2013
Il rifugiato - 2 (la vendetta?)
Alla fine, il Supremo Tribunale
Federale del Brasile ha deciso, a maggioranza, che i condannati nel
più grande processo per corruzione che il paese ricordi – il
cosiddetto mensalão –
devono andare in prigione subito, senza attendere gli ulteriori
sviluppi del giudizio. I principali responsabili del sistema di
tangenti – tra i quali buona parte della vecchia dirigenza del
partito di Lula – si sono così consegnati alla giustizia, o sono
stati arrestati. Tutti, tranne uno. Henrique Pizzolato, ex direttore
del marketing del Banco do Brasil, condannato a 12 anni e sette mesi
e titolare, anche, di un passaporto italiano, sarebbe fuggito nel
nostro paese, probabilmente passando dal Paraguay.
In una lettera
lasciata al suo avvocato, Pizzolato motiva la sua decisione con
l'intento di non sottomettersi a un giudizio che definisce “di
eccezione”, e di ottenere dalla giustizia italiana un nuovo giudizio, non
sottoposto a pressioni mediatiche. Il prossimo passo dovrebbe essere,
probabilmente, una formale richiesta di estradizione da parte del
ministero della giustizia brasiliano, resa in questo caso più difficoltosa dalla doppia cittadinanza di Pizzolato (che quindi, a differenza di Battisti, è anche cittadino italiano).
Inutile
sottolineare i parallelismi con il caso di Cesare Battisti,
arrestato in Brasile e del quale l'Italia chiese l'estradizione.
Estradizione poi negata dal presidente Lula (ma non dalla giustizia
brasiliana), che interpretò il caso Battisti come un caso di
giustizia politica. Per un'ulteriore ironia della storia, colui che
allora difese Battisti difronte al Supremo Tribunal sostenendo la
tesi della condanna politica dell'ex membro dei PAC, l'avvocato Luís Roberto
Barroso, siede adesso dall'altra parte della tribuna, tra i
giudici dello stesso Supremo Tribunal che ha decretato l'arresto di
Pizzolato. Scritta la sceneggiatura dell'attivista politico di
sinistra che ottiene asilo da Lula, resta ora da scrivere quella, a
parti invertite, dell'accusato di corruzione che chiede asilo in
Italia.
giovedì 10 ottobre 2013
giovedì 11 aprile 2013
Salazar e la politica travestita da tecnica
1. In un libro pubblicato recentemente in Portogallo per le (meritorie) edizioni Tinta da China (Salazar e o poder. A arte de saber durar, 367 pp., 17€), Fernando Rosas ha ricostruito la strategia politica del dittatore portoghese a partire dal suo obiettivo fondamentale: la preservazione del potere. Un obiettivo ovvio, si dirà, soprattutto per un dittatore. Meno ovvio è riconsiderare sotto questa luce scelte e tattiche che sono state variamente attribuite alla capacità di Salazar di scendere a compromessi o alla sua (relativa) flessibilità di fronte alle trasformazioni socioeconomiche (soprattutto negli ultimi decenni del suo regime). Flessibilità, come si comprende bene dalle pagine del libro, motivata non tanto dal desiderio di trovare risposte a nuove situazioni economiche o sociali, quanto dall'imperativo di resistere; anche a costo di fare concessioni e di acconsentire a una (limitata) modernizzazione dell'economia. Al di là di ciò, quel che il libro di Rosas mostra molto bene è l'abilità di Salazar nel nascondere il suo disegno, fin dall'inizio prettamente politico, sotto le vesti di un intervento tecnico super partes.
sabato 16 marzo 2013
Il miglior alunno sulla buona strada. La troika, la settima valutazione e un paese che affonda
Se qualcuno volesse un'idea di che cosa significano le misure di “austerità” imposte ai paesi sottoposti al programma della troika (Commissione Europea, Banco Centrale Europeo e Fondo Monetario Internazionale), non dovrebbe far altro che guardare al Portogallo. E forse è proprio per questo motivo che se ne parla così poco. Dopo 18 giorni di riunioni, il governo e la troika hanno presentato i risultati della settima valutazione: una sequenza ininterrotta di previsioni smentite.
Il governo di Passos Coelho e del ministro delle finanze Vitor Gaspar ha sempre impiegato il massimo impegno nel mostrarsi “miglior alunno” del rigorismo europeo, e a quanto pare ha fatto i compiti a casa diligentemente, aiutato anche da una situazione sociale interna tesa ma non ancora equiparabile a quella greca. Le misure di consolidamento dei conti, presentate da Gaspar, per gli anni 2012 e 2013 (e che si sono tradotte essenzialmente in aumento delle tasse e tagli nei salari e nelle pensioni) hanno totalizzato un risparmio di quasi 15 miliardi e mezzo di euro, più del doppio dei 7 miliardi e mezzo inizialmente previsti dal memorandum con la troika. Il che, in un paese tendenzialmente povero, con una classe media fragile e una élite economico-finanziaria molto ristretta e che non ha grandi difficoltà a mettersi al riparo dall'aumento delle imposte (dirette e indirette), significa meno soldi in tasca, meno consumi, meno investimenti, meno lavoro, meno entrate fiscali.
lunedì 11 marzo 2013
"Que se lixe a Troika!": notizie dal Portogallo
venerdì 14 settembre 2012
Anche i portoghesi, nel loro piccolo…
Della pazienza dei portoghesi, si è già detto. Venerdì scorso, pochi minuti prima della partita della nazionale portoghese contro il Lussemburgo, valevole per la qualificazione al mondiale di Rio de Janeiro (vinta, per la cronaca, per due reti a una, ancorché sul filo di lana), il primo ministro Pedro Passos Coelho è tornato ad invocarla. Lo ha fatto al termine di un discorso alla nazione con il quale, mentre la quinta valutazione della troika sui conti pubblici lusitani era ancora in corso (si è conclusa il 13 settembre), ha annunciato nuove misure di austerità.
Solo una cosa è certa, infatti, di questo quinto round di esami per i conti pubblici portoghesi, ed è che il deficit non raggiungerà, per stessa ammissione del governo, la meta concordata del 4,5% del PIL. Anzi, se ne terrà ben al di sopra. Le ragioni principali sono, grosso modo, due: minori entrate fiscali, da un lato, e, dall’altro, risultati inferiori alle aspettative per quanto riguarda le precedenti misure di austerità. Sulla prima, c’è poco da dire: il paese è in recessione profonda, la disoccupazione aumenta (15,7% in giugno, secondo Eurostat), i salari diminuiscono. Di fronte a questo scenario, l’aumento delle imposte (dirette e indirette) ha l’effetto di un salasso su un corpo dissanguato. La seconda è invece dovuta, in parte, a una decisione della Corte Costituzionale portoghese, che ha dichiarato incostituzionale la principale misura di austerità precendentemente concordata con la troika, cioè il taglio della tredicesima e della quattoridicesima mensilità (“subsídio de férias” e “subsídio de Natal”) per i dipendenti pubblici. Taglio, secondo i giudici, incostituzionale sulla base del principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, per cui o si taglia per tutti (quindi anche per i lavoratori del privato), o non si taglia per nessuno.
martedì 10 luglio 2012
Vittime senza movente
Una delle conseguenze dell'attuale crisi, sulla quale varrà la pena ritornare, è la nuova ondata di vittimismo nella sinistra mediterranea. Il tono è per lo più manicheo: la Merkel e la troika sono i cattivi, i buoni (quando ci sono) la sinistra radicale. Manca quasi sempre il movente, però. Valga come esempio il confronto tra l'ultimo articolo sul Portogallo apparso sul Manifesto, e un bell'articolo di Marco Alfieri sull'Italia, pubblicato da La Stampa. La seconda lettura è di quelle che possono aiutare a mettersi nei panni del cattivo, un esercizio che può servire alla vittima per non cadere nella trappola del vittimismo.
lunedì 11 giugno 2012
Il peggior pregio dei portoghesi
Il miglior pregio dei portoghesi è il loro più grande difetto. Dopo il cosiddetto "aiuto" finanziario e la messa sotto tutela del paese, il Portogallo è, come al solito, scomparso dalle cronache. Non c'è da stupirsi: un paese piccolo, poco popolato e marginale è abituato a stare lontano dai riflettori. La Grecia, però, ha grosso modo la stessa popolazione del Portogallo, dimensioni analoghe e, in un certo senso, è ancora più marginale. Ed è sempre in prima pagina. Tra le molte ragioni che spiegano questa differenza, una, in particolare, vale la pena di essere sottolineata. Dopo i giorni da psicodramma della caduta del governo Sócrates e della campagna elettorale, in Portogallo non è successo, semplicemente, nulla. Non che le cose non siano peggiorate. Sono peggiorate come e più che altrove. I salari sono stati tagliati, lo stato sociale è stato tagliato, l'iva è stata aumentata, le tasse sono cresciute. I portoghesi se la passano male proprio come se la passano male i greci. Solo che lo fanno in silenzio.
giovedì 15 marzo 2012
La piccola grande crisi (ovvero "Tout va très bien, Madame la Chancelière")
Adesso ci siamo. Spenti momentaneamente i riflettori sulla Grecia e il suo taglio con sfumatura bassa, si inizia col Portogallo. Apre le danze Il Sole 24 Ore che oggi mette in prima l'immancabile foto dell'Elevador da Bica e strilla la parola "default" sul titolo per dire... niente. O almeno niente che già non si sapesse. I tassi sono fuori mercato da mesi (e infatti il Portogallo è già fuori mercato), e a gennaio erano pure peggio, come si vede chiaramente dal grafico. Il paese non "chiede aiuto ad Angola e Brasile": vende al miglior offerente tutto quel che la troika gli dice di vendere, e tra il miglior offerente ci sono angolani, brasiliani e, soprattutto, cinesi. Certo, citare solo le ex colonie fa più impressione. Del resto, né Angola né Brasile hanno intenzione di dare aiuto: ci sono angolani e brasiliani che cercano di fare affari in un paese fallito dove possono comprare a poco e senza neppure aver bisogno di pagare il traduttore. D'altro lato, c'è un paese con oltre il 14% di disoccupazione che da importatore di manodopera si è trasformato in esportatore e sfrutta una possibilità che né Grecia né Spagna hanno: paesi ex colonizzati che parlano la stessa lingua e sono (momentaneamente) in pieno boom economico. In questo fosco panorama, è venuto a prendersi un po' di sole lisbonese Olli Rehn, per dirci che sì è tutto vero: la disoccupazione galoppa, la stagnazione pure, i tassi d'interesse sul debito non ne parliamo, ma il paese "è sulla buona strada". Per l'amor di dio, capisce le sofferenze dei portoghesi, ma parafrasando Ray Ventura "on déplore un tout petit rien, mais à part ça, Madame la Chancelière, tout va très bien, tout va très bien"
venerdì 29 luglio 2011
(não) Queremos Battisti de volta!
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Avvertenze:
1) Questo post è molto lungo
2) Questo post non intende prendere in considerazione l’innocenza o la colpevolezza di Battisti, ma solo illustrare come si è arrivati a questo punto e offrire qualche elemento per comprendere i motivi della sconfitta italiana di fronte non tanto alla giustizia, quanto al governo brasiliano.
Il caso Battisti: una vicenda biforcuta
Fin dall’inizio, doveva apparire chiaro che il caso Battisti avrebbe preso due strade: una giuridico-amministrativa, l’altra politica. La prima tendenzialmente favorevole, la seconda tendenzialmente contraria all’estradizione. Sul lato politico, al di là degli atti compiuti prima dall’allora ministro della giustizia Tarso Genro, poi dall’allora presidente Lula, un buon esempio sono le posizioni sostenute in diverse interviste dai senatori del Partido dos Trabalhadores (il partito di Lula) Eduardo Suplicy e João Paulo Lima e Silva. Il primo, fermo sostenitore della concessione dell’asilo politico, ha sempre sostenuto il carattere ingiusto del processo contro Battisti: perché avvenuto in contumacia, basato esclusivamente su delazioni e messo in atto da una magistratura resa non neutrale dal clima degli anni di piombo. Tralasciamo, per ora, la verità di queste accuse. Il secondo, in alcune interviste, ha sottolineato il carattere invadente delle richieste italiane al Brasile, mentre l’Italia per 14 anni non si era fatta avanti con la Francia per ottenere l’estradizione dello stesso Battisti. Questo argomento tralascia il fatto che la Francia già si era pronunciata, su richiesta dell’Italia, nel 1991, negando l’estradizione da un lato in coerenza con la ben nota “dottrina Mitterand”, che concedeva nei fatti una sorta di “informale” asilo politico agli ex-terroristi, da un lato con la motivazione che la stessa estradizione sarebbe stata chiesta non per ripetere il processo, alla presenza dell’imputato, ma solo per dare esecuzione a una pena inflitta in un processo contumaciale. Il senatore João Paulo tace su questo aspetto, pure favorevole alla posizione di Battisti, perché quel che vuol fare è sottolineare la differenza di trattamento riservata al Brasile, insistendo sull’idea di un particolare affronto alla sovranità nazionale. I due temi, il carattere ingiusto del processo e l’affronto al Brasile, costituiranno poi la linea difensiva sostenuta dall’avvocato di Battisti, Luís Roberto Barroso, difronte al Supremo Tribunale Federale.
Sull’altra sponda, diciamo così giuridico-amministrativa, il caso ha preso, invece, fin da subito una strada diversa. Dinnanzi alla richiesta di ottenimento dello status di rifugiato politico, il CONARE (Comitê Nacional para os Refugiados), un organo deliberativo del Ministero della Giustizia costituito da membri nominati da diversi ministeri e quindi essenzialmente di natura governativa, ha risposto subito negativamente. La risposta è stata però immediatamente contraddetta dalla decisione dello stesso ministro della Giustizia, che, ignorando il parere del CONARE, ha attribuito lo status di rifugiato a Battisti. Iniziava così quella serie di continui capovolgimenti di posizione che, tra esecutivo e giudiziario, hanno caratterizzato il caso fino alla fine.
È a questo punto, infatti, che entra in campo il Supremo Tribunal Federal (STF). È quella che si potrebbe definire la “Corte Costituzionale” del Brasile, ma non è esattamente né solo questo. La costituzione brasiliana, su questo e su altri aspetti, prende a modello quella degli Stati Uniti. La stessa composizione del STF lo dimostra: i giudici, che restano in carica fino al pensionamento obbligatorio, a 70 anni, sono tutti di nomina del Presidente della Repubblica, cioè del capo dell’esecutivo, e la nomina è ratificata dal voto favorevole del Senato. Il carattere “politico” del STF, che ha stupito Tabucchi nella recente lettera inviata alla Repubblica, è quindi un aspetto che dovrebbe destare poca sorpresa: ma questo non significa, come vedremo, che tutti i giudici nominati da Lula fossero contro l’estradizione e tutti gli altri a favore. In ogni caso, il STF ha attribuzioni che vanno al di là del controllo di costituzionalità sulle leggi. Tra le quali, secondo l’articolo 102 della costituzione brasiliana, il “giudizio” sulle richieste di estradizione. É sul significato di questo “giudizio” che si è svolta, in realtà, gran parte della discussione nel STF: la posizione dei giudici a favore dell’estradizione ha mirato, in parole povere, anche a difendere le attribuzioni del STF di fronte all’esecutivo, un aspetto sul quale ha insistito anche la difesa dell’Italia.
venerdì 27 maggio 2011
Lisbona! Atene! ora Roma viene!
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